È stato primo data center zero waste ad ottenere la certificazione rilasciata da SCS Global Services: nell'arco di 12 mesi di audit indipendente, il 99,55% dei rifiuti operativi è stato deviato dalla discarica. Nessun data center hyperscale aveva mai raggiunto questo risultato con verifica terza parte.
Il dato è rilevante non per quello che dice di Khazna ma per quello che dice del settore. In un momento in cui l'impatto ambientale dell'AI è sotto pressione crescente, questo è il primo esempio verificato e misurabile che un data center in operazione attiva può gestire i propri rifiuti quasi a zero.
Come funziona la certificazione data center zero waste
Lo standard applicato è il SCS-110 di SCS Global Services, uno dei principali enti di certificazione terza parte a livello globale. Il protocollo richiede che almeno il 90% dei rifiuti generati dall'impianto venga deviato dalla discarica attraverso percorsi approvati il DXB8 si è fermato al 99,55%, ben oltre la soglia minima.
I flussi di rifiuti gestiti comprendono materiali da costruzione residui, sistemi di raffreddamento, facility management e filiera di approvvigionamento. I percorsi di deviazione includono riciclo, programmi di riuso delle bottiglie con i fornitori, rivendita, compostaggio e altri canali di recupero conformi alla gerarchia dei rifiuti riconosciuta internazionalmente.
C'è però un limite che vale la pena nominare esplicitamente: la certificazione esclude i rifiuti IT prodotti dai data hall cioè server, componenti e hardware dismesso dai clienti che affittano spazio nell'impianto. Quella è probabilmente la componente più volumetricamente significativa di un data center hyperscale, e rimane fuori dallo scope dell'audit. Khazna certifica la propria gestione operativa, non quella dei propri clienti. È una distinzione rilevante, non un dettaglio.
La domanda che i comunicati ufficiali non si pongono è questa: la certificazione copre l'involucro dell'edificio, ma chi audita i rifiuti che escono dai rack?
L'impatto ambientale dell'AI non è solo energia
Il dibattito pubblico sul costo ambientale dell'AI si concentra quasi esclusivamente sul consumo energetico. È una semplificazione utile, ma incompleta. I data center producono rifiuti lungo tutto il ciclo di vita: durante la costruzione, nella gestione quotidiana degli spazi operativi e nella dismissione dell'hardware.
Il consumo di elettricità dei data center a livello globale si avvicina quest'anno a 1.050 terawattora, secondo le proiezioni MIT. Nel 2025, il solo carbonio imputabile ai sistemi AI è stimato tra 32,6 e 79,7 milioni di tonnellate di CO₂, secondo uno studio pubblicato su Science Direct. In questo scenario, la questione dei rifiuti solidi storicamente ignorata dalle metriche ESG del settore sta emergendo come variabile non più trascurabile.
Perché questo risultato è diverso dal greenwashing ESG
Chi segue il settore da vicino sa che le dichiarazioni di sostenibilità dei data center sono spesso auto-certificate, basate su offset e prive di audit indipendenti. Il caso DXB8 è diverso per una ragione precisa: l'audit è stato condotto da una terza parte esterna, su 12 mesi di operatività reale, con uno standard pubblicamente verificabile.
Khazna è la divisione infrastrutturale di G42, uno dei principali gruppi tech degli Emirati. Il DXB8 è posizionato come prototipo di infrastruttura AI sovereign-ready progettata per carichi computazionali ad alta densità e pensata per rispondere a requisiti normativi nazionali. Il fatto che la certificazione arrivi da questo tipo di impianto, e non da un piccolo data center ottimizzato per la vetrina ESG, è parte del valore della notizia.
Secondo Elisabetta Baronio, Director ESG di Khazna:
“Achieving Zero Waste status is not about a single initiative. It is the result of consistent operational discipline, strong partnerships across our supply chain, and a culture that prioritizes environmental responsibility alongside performance and reliability.”
Cosa cambia per chi opera nel settore
Per i professionisti che lavorano con infrastruttura cloud o AI, l'implicazione più concreta non è tecnica è regolamentare. L'Europa sta accelerando su standard di trasparenza ambientale per i data center: la direttiva sull'efficienza energetica impone già obblighi di reporting agli impianti sopra una certa soglia. Le certificazioni di terza parte come il SCS-110 stanno diventando il formato atteso per dimostrare conformità misurabile, non solo intenzioni dichiarate.
Il risultato di DXB8 non risolve il problema ambientale dell'AI non era quello il suo scopo. Ma stabilisce per la prima volta un benchmark verificato su una delle dimensioni d'impatto meno monitorate del settore: 99,55% di deviazione dai rifiuti operativi, su 12 mesi, con audit indipendente. Fuori dai rack dei clienti. Per chi costruisce o specifica infrastruttura AI, quella cifra è ora il numero con cui confrontarsi.
Fonti: SCS Global Services, LSEG / Reuters, MIT Sloan Management Review ME