Il Super PAC AI Leading The Future, registrato alla Federal Election Commission con 75,5 milioni di dollari raccolti al 31 marzo 2026, è al centro di un’inchiesta di Wired: la sua organizzazione collegata Build American AI avrebbe finanziato creator su TikTok e Instagram, con offerte fino a 5.000 dollari per video, per spingere messaggi pro-AI americana e anti-Cina.
La notizia conta perché mostra un passaggio nuovo nella politica dell’AI: non solo lobbying a Washington, audizioni parlamentari o documenti tecnici, ma contenuti sponsorizzati inseriti nei feed dove milioni di persone formano opinioni su lavoro, sicurezza nazionale e regolazione tecnologica. Per chi usa modelli generativi in azienda, sviluppa prodotti AI o segue il settore da investitore, il punto non è solo chi vincerà la corsa USA-Cina: è chi sta pagando per definire i termini della conversazione.
Come funziona la campagna del Super PAC AI
Secondo Wired, Build American AI ha avviato una campagna in due fasi. La prima ha coinvolto influencer lifestyle e family content con video positivi sull’AI americana: produttività, lavoro, innovazione, vita quotidiana. La seconda, più politica, avrebbe chiesto ai creator di parlare esplicitamente della Cina come minaccia per dati personali, occupazione e sicurezza degli Stati Uniti.
Il legame istituzionale passa da Leading The Future, un Super PAC, cioè un comitato politico statunitense che può raccogliere e spendere somme illimitate in modo indipendente dai candidati. La FEC lo registra come “Independent Expenditure-Only” e “Unauthorized”, con 24,39 milioni di dollari già spesi entro il 31 marzo. Wired indica tra i sostenitori Greg Brockman, presidente e cofondatore di OpenAI, Joe Lonsdale, cofondatore di Palantir, Andreessen Horowitz e Perplexity. OpenAI e Palantir, come aziende, hanno negato a Wired finanziamenti o supporto.
Sul proprio sito, Build American AI descrive così la sua missione:
“La nostra missione è promuovere politiche a favore dell’innovazione che rafforzino la fiducia nella tecnologia, stimolino la competitività degli Stati Uniti e garantiscano la leadership del Paese nelle tecnologie trasformative del futuro”
Il messaggio ufficiale è lineare: più AI americana, più competitività, più leadership. Il problema emerso dall’inchiesta è il metodo. Alcuni post erano etichettati come pubblicità, ma non indicavano chiaramente l’organizzazione finanziatrice. Wired cita il caso di Melissa Strahle, creator con 1,4 milioni di follower, e di altri profili family o lifestyle che hanno pubblicato contenuti pro-AI senza esplicitare il committente politico.
Perché la Cina entra nel messaggio
La Cina non è un dettaglio retorico. Da mesi una parte dell’industria AI americana lega ogni discussione sulla regolazione a un argomento geopolitico: se gli Stati Uniti rallentano, Pechino accelera. La campagna si inserisce in questa cornice: leadership americana nell’innovazione AI, sviluppo rapido, meno frammentazione normativa.
Questa cornice non è falsa in sé. La competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina riguarda chip, data center, talenti, modelli linguistici, applicazioni militari e standard normativi. Ma trasformarla in contenuti brevi, pagati, emotivi e non sempre trasparenti cambia la qualità del dibattito. Il pubblico non riceve un’analisi sui rischi della dipendenza tecnologica cinese: riceve una storia compressa in pochi secondi, spesso dentro scene domestiche, routine familiari o video apparentemente personali.
Qui il confine tra comunicazione politica e pubblicità commerciale diventa sottile. La campagna non vende un’app o un abbonamento: vende un orientamento regolatorio. In pratica, invita il pubblico a sostenere un’AI americana meno frenata da leggi statali frammentate, presentando la regolazione come possibile vantaggio per la Cina.
Il nodo tecnico: disclosure, piattaforme e targeting
Il meccanismo è tecnico prima ancora che politico. L’influencer marketing funziona perché trasferisce fiducia: l’utente non percepisce solo un messaggio, ma una raccomandazione filtrata da una persona che segue. Quando questa raccomandazione è pagata, la Federal Trade Commission richiede che il rapporto economico sia chiaro e difficile da non vedere. Un semplice tag generico o un’etichetta poco informativa può non bastare, soprattutto nei video.
Nel caso raccontato da Wired, l’elemento più delicato è la combinazione tra sponsorizzazione, tema politico e opacità del finanziatore. Se un creator si schiera per la squadra americana nella corsa all’AI, il pubblico può leggerlo come opinione personale. Se dietro c’è una campagna coordinata da un gruppo collegato a un Super PAC sostenuto da figure dell’industria AI, il peso informativo cambia.
La domanda che nessun post sponsorizzato si pone è semplice: se una campagna deve nascondere il suo finanziatore reale, sta informando il pubblico o lo sta addestrando a scegliere una posizione politica senza sapere chi l’ha comprata?
Cosa cambia per il lettore italiano
Per l’Italia, la vicenda non è un’anomalia americana da osservare a distanza. L’Europa applica l’AI Act, ma il racconto pubblico sull’AI arriva anche da piattaforme globali, creator internazionali, campagne tradotte e narrative importate dagli Stati Uniti. Se la cornice diventa “innovazione occidentale contro minaccia cinese”, ogni discussione su sicurezza, privacy, copyright, lavoro e responsabilità rischia di essere letta come ostacolo geopolitico.
Per manager, sviluppatori e professionisti italiani, la conseguenza concreta è questa: le opinioni sull’AI che circolano online vanno valutate come si valutano benchmark e white paper, chiedendo chi paga, quale interesse ha e quale parte del rischio viene lasciata fuori. La prossima decisione su un fornitore, una policy aziendale o un progetto con modelli generativi potrebbe essere influenzata non da un dato tecnico, ma da una campagna politica mascherata da contenuto quotidiano.